Reduplicazione

È un termine coniato dal filosofo Kierkegaard per tradurre, in una sola parola, quello che si può (e si dovrebbe) dire di un vero educatore: “essere ciò che si dice” perché “si può dire solo la verità nella quale si vive”.

Ci sono degli educatori-animatori che macinano teoria ed esperienza, vogliono scoprire in sè il carisma (se c’è) dell’educatore e, soprattutto, si sforzano di tradurre in pratica nella propria vita, quello che di meglio desiderano “far venire” fuori dai ragazzi.

I genitori, da cui non si può pretendere la “teoria” delle scienze pedagogiche, possono, o devono realizzare la “reduplicazione “?

Facciamo l’ipotesi di “Si” e cerchiamo di spiegarci.

Chi ha studiato scienze pedagogiche sa “dimostrare” i principi educativi. E i principi “scientifici” diventano il punto di riferimento, la motivazione dell’azione educativa. Chi invece non conosce le scienze educative ma vuole (o deve) educare fa riferimento al proprio agire, alla propria vita per educare. Mi permetto di dare alcune coordinate essenziali che, se seguite, sono come un grande segreto per riuscire ad essere anche buoni educatori.

Mi riferisco, naturalmente, a soggetti che hanno il culto o almeno il desiderio di vivere valori veri trascendenti e farli vivere ai propri figli.




ATTENZIONE, ANZITUTTO

Attenzione al soggetto (= i figli) da educare; al suo crescere e cambiare, all’ambiente che frequenta.

Quest’attenzione si può avere per l’altro (= i figli) se si ha per se stessi, se si ha per l’Altro (= Dio).

Il valore religioso è Fondamentale per la buona riuscita educativa.

È il punto di partenza.

Ma l’attenzione all’altro dev’essere globale: rivolta a tutta la realtà umana, anima e corpo.

L’uomo deve svilupparsi (= vera crescita) armonicamente sia spiritualmente che fisicamente ed intellettualmente.

Attenzione: sto parlando a genitori – educatori che “reduplicano” con la propria vita le lezioni che i figli devono imparare.

I genitori sono “robusti” nella fede? Anche ai figli non sfuggirà questo valore. Che non deve essere “imposto”, ma “proposto” con l’esempio.

I genitori lavorano? Anche i figli devono lavorare, devono contribuire attivamente alla conduzione della vita familiare.

Non educano affatto, quindi, quei genitori che “risparmiano” la fatica del lavoro ai propri figli. Fanno male, molto, decisamente male a lasciare i propri figli in ozio a parcheggiare qua e là e mantenerli con le tasche piene di soldi.

“Guadagnarsi il pane col sudore della fronte” non è solo “libri”, ma anche lavoro manuale. Che stimola la fantasia, la creatività, il senso di responsabilità.

Genitori, tenendo conto delle inclinazioni, indirizzate i vostri figli a un mestiere. Prescindendo dall’indirizzo dello studio. Possiamo, vogliamo dare una mano al mondo giovanile? Diamo da “fare” ai giovani. Un lavoro “gratuito”, domestico. Non necessariamente (anzi da escludere assolutamente!) stipendiato.

Così diminuisce il numero dei fannulloni, dei bighelloni – spendi soldi.

L’ozio, i soldi non guadagnati, una vita familiare senza valori sono sempre, sempre, sempre cattivi maestri.

Sono stati sempre radice di ogni male. E non dobbiamo aspettare che sia lo Stato a risolvere questi problemi.

Droga, violenza, devianze varie… sono le conseguenze logiche.

Gli educatori, i genitori non sono dei domatori. Ma testimoni che con pazienza, delicatezza, saggezza e fermezza sanno far emergere valori e potenzialità nascoste nell’intimo dell’individuo. Questo non avviene se i ragazzi sono abbandonati a se stessi!

“Non si deve volere che facciamo, ma si deve volere che vogliamo”. (Beato Annibale Maria Difrancia).

Che significa: con la propria vita si fa ai ragazzi una proposta affascinante della vita attizzando, così, un processo di consapevolezza interiore che porta alle scelte convinte, autentiche e spontanee.

Mi sembra superfluo, ma non inutile, sottolineare quanto sia fondamentale l’Amore. Sembra ovvio? Ma non sempre, non tutti educano con amore. Non tutti i metodi educativi esprimono amore. Quando amare significa volere IL BENE dell’altro; quando voglio che l’altro diventi qualcuno.

Ma, ribadisco, per far si che questi ragazzi diventino “qualcuno” (che abbiano una vera personalità) io (= parlo per me, ad alta voce) “educatore” devo essere qualcuno. Qualcuno con pilastri e plinti di cemento armato: umanità, interiorità, senso della giustizia, generosità, capacità di “perdermi” per gli altri, pulitezza morale, spirito di sacrificio, umiltà, povertà, il mio “essere credente”, il mio essere galantuomo, la dolcezza invece dell’asprezza, la delicatezza e… l’ostinazione nel “progetto” di Dio per la mia vita.

Sac. Salvatore Mercorillo

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